Era Gentiloni Palazzo Chigi

Spending Review: quanto c’è di autentico

Il 20 giugno 2017 alla Camera si  svolge l’annuale rito della relazione sulla revisione della spesa pubblica, la ormai famosa spending review, officiato dal Commissario del governo per la revisione Yoram Gutgeld. Anche questa volta, come già l’anno prima, sono stati vantati tagli – per circa 30 miliardi – che però, secondo i critici, sono più il risultato di artifizi contabili che veri risparmi.

Ammonteranno a 29,9 miliardi i risparmi realizzati nel 2017 con l’eliminazione o la riduzione di capitoli di spesa, secondo la relazione svolta alla presenza del Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni. Una sintesi del documento è reperibile sul quotidiano ilSole24Ore là dove si legge in particolare:

A contribuire maggiormente all’ operazione “tagli selettivi ed efficientamento” sono state le amministrazioni centrali, ministeri in primis (24% della spesa complessiva senza però il “peso” del capitolo dipendenti pubblici), e in misura minore gli enti territoriali (17%). Una fetta non trascurabile di risparmi è stata realizzata anche con il rafforzamento della centralizzazione degli acquisti Pa: +13% tra il 2014 e il 2016.

Il quotidiano in un commento sottolinea però che la stessa Relazione mette in guardia il lettore quando “dice onestamente nelle premesse: «L’eliminazione e la riduzione di specifici capitoli di spesa non corrisponde automaticamente a una pari riduzione della spesa pubblica complessiva»”. E il giornale della Confindustria osserva: “Morale: spesso nel bilancio dello Stato una cifra con il segno meno si accompagna a cifra analoga con il segno più, risultato di una semplice riclassificazione contabile, e quindi l’impatto di riduzione reale è pari a zero. [neretto aggiunto] ”

Ma il governo e il suo Commissario alla spending review non sono nuovi a questi artifizi. Già l’anno prima, nel 2016, quando Gutgeld e l’allora primo ministro Matteo Renzi promisero “tagli” per 25 miliardi, si era proceduto in realtà ad una operazione di “riqualificazione” come fece osservare subito (18 marzo 2016) Veronica De Romanis la quale dimostrò, senza essere smentita, “che la cifra totale della “variazione netta delle spese” è pari a 360 milioni di euro, di cui 41 di spesa corrente e 319 di spesa in conto capitale (investimenti)”.

Era stata detta “una mezza verità”, concluse De Romanis a commento della relazione 2016. Evidentemente per non incappare nello stesso infortunio l’anno dopo, come scrive Mario Seminerio sulo suo blog Phastidio.net Gutgeld sceglie nel 2017 di indicare (alla slide 9) gli obiettivi cui sono stati destinati i risparmi conseguiti con la riduzione della spesa. Gli obiettivi come si vede sono: riduzione del deficit dal 3% al 2,1%; riduzione della pressione fiscale dal 43,6% al 42,3%; ampliamento e ammodernamento dei servizi pubblici, tra cui svetta la voce “Prestazioni sociali” per ben 12,7 miliardi.

A questo punto commenta Seminerio:

Ora, seguite il dito e arriverete alla luna: il calo della pressione fiscale è indicato con asterisco, perché vi entri nella testolina che qui stiamo “calcolando gli 80 euro come riduzione di tasse” (è in fondo alla slide 10). Poi, tenete presente che la voce “prestazioni sociali” di maggiore spesa pubblica, sono quasi esclusivamente gli 80 euro.
Quindi:
Dapprima si tolgono dalla spesa gli 80 euro, perché “è riduzione di tasse”, e quindi ecco che si ottiene circa la metà dei “risparmi”;
Poi si riduce la pressione fiscale della misura degli 80 euro, e si fa la ruota come i pavoni;
Infine, si dice che la minore spesa, di cui però circa la metà erano gli 80 euro che sono “minori tasse” è andata a finanziare altra spesa, sotto forma di “prestazioni sociali”, cioè la contabilizzazione degli 80 euro.
Ma a voi sembra possibile giocare a questo modo con le tre carte? Tralasciamo aver messo tra gli “impieghi” il calo del deficit, perché un impiego sarebbe l’esatto contrario, cioè il suo aumento. Ovviamente, non si dice che il deficit-Pil cala perché siamo in espansione, ed infatti la stessa metrica corretta per la fase del ciclo economico mostra che abbiamo aumentato e non ridotto il ricorso al deficit. Ma pazienza, ormai siamo rassegnati a dover trattare con questa gente, che fa della contabilità creativa una filosofia di vita. Funziona così: fai deficit, usalo per dare una mancia, grida sui tetti che è una riduzione di tasse, ricalcola la spesa pubblica togliendo da essa la mancia, sostieni quindi che le spese sono diminuite perché hai messo una voce contabile dal lato sbagliato, e hai vinto la bambolina del moto perpetuo. Ah, e la differenza la fai a deficit, con una bella sceneggiata contro “gli ottusi burocrati di Bruxelles”.

Nonostante questi rilievi, Gutgeld insiste in una lettera al Corriere della sera e pubblicata dal giornale il 27 giugno. Nella missiva il Commissario governativo elogia i risultati della spending review alla quale ascrive un risparmio complessivo “pari a 29,9 miliardi nel 2017” che “è servito – afferma Gutgeld – a realizzare tre obiettivi: la riduzione del deficit, la riduzione della pressione fiscale e l’ammodernamento nonché l’ampliamento dei servizi pubblici”.

La Corte dei Conti: le misure non hanno prodotto risultati
Ma in quello stesso 27 giugno la Corte dei Conti dà un giudizio severo sui risultati conseguiti dalla revisione della spesa. In occasione della relazione sul rendiconto generale dello Stato il Presidente della Corte Arturo Martucci di Scarfizzi sottolinea l’importanza della spending review: “I risparmi di spesa – ha detto – sono un fattore essenziale, poiché liberano risorse, ma non sufficiente, in quanto queste ultime devono essere poi indirizzate al sostegno degli investimenti pubblici che contribuiscono a generare sviluppo economico”.

Ma poi Angelo Buscema, presidente di coordinamento delle sezioni riunite in sede di controllo, osserva: “a consuntivo, le misure di riduzione della spesa, mentre sembrano aver salvaguardato l’operare di interventi a sostegno dei comparti produttivi, non hanno prodotto risultati di contenimento del livello complessivo della spesa”. Conclude Buscema: “Resta, quindi, ancora attuale la necessità di una revisione attenta di quanto può, o non può, essere a carico del bilancio dello Stato”.

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