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Francia: Parigi, terrore sui Campi Elisi

Quando mancano tre giorni al primo turno delle elezioni presidenziali francesi, nella serata del 21 aprile 2017 all’ora di cena sul viale più famoso di Parigi gremito di passanti e turisti un uomo scende all’improvviso dalla sua auto imbracciando un kalashnikov e apre il fuoco contro un furgone della polizia uccidendo un agente e ferendone due altri, uno dei quali gravemente, prima di essere ucciso a sua volta. L’ attentato verrà rivendicato poco dopo dall’Isis.

La confusione e il terrore regnano per diverso tempo lungo il tratto superiore degli Champs Elysées, quello che sfocia in Place de l’Etoile. Nella sparatoria rimane ferita a un tallone anche una turista tedesca mentre la gente tutt’intorno cerca freneticamente di mettersi al riparo. Molti, anche per ordine della polizia subito arrivata in forze, si barricano all’interno di negozi, locali e ristoranti.

Nel vicino palazzo dell’Eliseo, residenza del Capo dello Stato, il presidente Fraçois Hollande si riunisce per un vertice di crisi con il Primo Ministro Bernard Cazeneuve e con il Ministro dell’Interno Matthias Fekl. Al termine dell’incontro, poco prima della mezzanotte, Hollande si dice “convinto” che l’attentato è “di stampo terroristico” e assicura “una vigilanza assoluta” per le elezioni della domenica successiva.

Intanto l’attentato è stato rivendicato dall’Isis con un comunicato diffuso dal suo organismo di propaganda, l’agenzia Amaq: “L’autore dell’attentato dei Campi Elisi nel centro di Parigi è Abu Yussef il Belga, ed è uno dei combattenti dello Stato Islamico”, si afferma nel comunicato.

In realtà l’assalitore non è di nazionalità belga ma francese: come preciserà all’indomani dell’attentato il Procuratore Generale di Parigi François Moulins si tratta di Karim Cheurfi, 39 anni, nato in un paesino della cinta parigina. Nella sua auto, con la quale è giunto sul luogo della sparatoria, viene effettivamente ritrovato un foglietto nel quale si difendono le ragioni di Daesh, acronimo arabo per designare l’Isis, e un corano, oltre che un fucile a pompa.

Ma Cheurfi è ben noto alla polizia per il suo pesante passato di criminale comune: fra il 2007 e il 2014 aveva subito quattro condanne per furto, aggressione e tentato omicidio ed era finito in carcere. Però, ha detto Moulins, “durante la detenzione non aveva dato segno di radicalizzazione” e pertanto sulle prime non era stato segnalato ai servizi dell’antiterrorismo.

Segnali di una sua radicalizzazione cominciano a venir rilevati dal dicembre 2016. All’epoca viene segnalato da una persona perché ha detto di volerla far pagare a qualche poliziotto la morte dei musulmani uccisi in Siria. Attorno allo stesso periodo viene denunciato perché ha detto di voler cercare armi e di voler mettersi in contatto con un individuo che risulterà essere un combattente dell’Isis nella zona iracheno-siriana. Viene avviata un’indagine ma rimane confinata nell’ambito della criminalità comune.

Le segnalazioni comportano tuttavia, a partire da gennaio 2017, l’ inserimento dei dati di Cheurfi nel Casellario delle segnalazioni per la prevenzione e la radicalizzazione di carattere terroristico (FSPRT). Il casellario è stato istituito a marzo 2015, alcuni mesi dopo l’attentato al settimanale Charlie Hebdo, allo scopo di centralizzare meglio l’evolversi della situazione in individui il cui livello di radicalizzazione rischia di precipitare nel terrorismo. Nel casellario sono presenti oggi – scrive il quotidiano “le Monde”- circa 16.000 schede di cui 4.000 sono “obiettivi” dei servizi.
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