Premi invia per risultati o Esc per annullare

La verità di Feltri sul “caso Boffo”

A distanza di cinque anni dall’accaduto Vittorio Feltri si confessa ad un periodico e rivela particolari sul “caso Boffo” – l’allora direttore di Avvenire costretto alle dimissioni da addebiti infamanti non corrispondenti alla realtà venuti dal Giornale, quotidiano allora diretto dallo stesso Feltri – facendo i nomi dei protagonisti nell’ombra: il cardinale Bertone, Santanché, Bisignani e Sallusti.

In dichiarazioni al settimanale l’Espresso Feltri conferma quanto aveva dichiarato due anni prima ad un giudice della procura di Napoli, quando raccontò per la prima volta l’ origine del finto scoop che costrinse l’ allora direttore di Avvenire alle dimissioni. Di questa deposizione nulla si era saputo prima.

Il magistrato Gianfranco Scarfò stava cercando di capire chi era entrato nel casellario giudiziario per cercare informazioni su Boffo, e chiese così al giornalista quale fosse la genesi della notizia infamante pubblicata il 28 agosto 2009 sulla prima pagina de Il Giornale, nella quale il direttore del quotidiano cattolico veniva descritto come “noto omosessuale attenzionato dalla polizia”.

«Dissi al pm che la catena era Santanchè, Bisignani, Bertone… è quello che mi fu detto da Sallusti, quando lui era condirettore», ricorda Feltri. «Dopo, non so se fosse vero… Io ero il direttore, e mi sono fidato senza pormi tanti problemi. Mi sembrava che fosse assolutamente credibile. Però io non so se posso dirvi queste cose, il magistrato mi chiese di non raccontarle a nessuno… Anche se dopo tanto tempo, forse, si possono dire».

«C’ era una fotocopia dove si raccontavano certi fatti, io ho dato un’ occhiata», ammette Feltri all’ Espresso. «Quando ho saputo che la fonte era quella ovviamente mi sono fidato. Poi non lo so… visto quello che è successo facevo bene a non fidarmi. È facile dirlo dopo, ma quando il tuo condirettore ti viene a dire una cosa del genere, non è che metti in dubbio la sua parola. Nel pomeriggio mi hanno detto che era tutto tranquillo, tutto normale. Io ho dato il via alle pubblicazioni senza la minima preoccupazione. Ho detto al magistrato che Sallusti mi disse che l’origine di quella velina era Bertone. Non potevo fregarmene di questa roba, mi ha detto che la fonte, la provenienza era quella. Mi sono fidato».

Oltre a Bertone, Feltri (che al Foglio ebbe a precisare che la velina gli era arrivata «da una personalità della Chiesa della quale ci si deve fidare istituzionalmente») ha dichiarato al magistrato che Sallusti gli fece anche i nomi del faccendiere Luigi Bisignani, da poco condannato per associazione a delinquere per l’inchiesta P4, e Daniela Santanchè, che sarebbero stati una sorta di passacarte per conto del prelato. Una volta davanti al magistrato, Sallusti, attuale direttore de Il Giornale ha negato in toto la versione del suo vecchio maestro Feltri.

Il pm Scarfò non ha mai depositato le testimonianze, né quella di Feltri né quella di Sallusti. L’ inchiesta – informa ancora il settimanale – ha finora portato alla sbarra solo un cancelliere del palazzo di giustizia di Santa Maria Capua Vetere, Francesco Izzo, accusato di accesso abusivo al sistema informatico: è lui l’ uomo che – secondo il magistrato – a marzo 2009 consultò indebitamente il casellario per estrarre i precedenti penali di Boffo.

Il settimanale scrive ancora: “Dopo due anni, il processo è alle fasi finali, in attesa della requisitoria del pm. Sarà probabilmente l’unico a pagare. A parte Feltri, sospeso dall’Ordine per tre mesi [sei in realtà]. «Ho pagato io solo come sempre succede» chiude Feltri. «C’ è quel cretino del direttore che ci va di mezzo. È normale… Ho sbagliato a fidarmi, evidentemente. Ma talvolta capita, nella vita, di fidarsi»”.

Il cardinale Bertone smentisce subito quanto affermato da Feltri e poi provvede a querelare per diffamazione aggravata lo stesso Feltri, i due autori dell’articolo, Emiliano Fittipaldi e Nello Trocchia, e il direttore del settimanale Bruno Manfellotto.

A ottobre 2015 il Giudice per le udienze preliminari di Roma Ezio Damazia decide il rinvio a giudizio dei quattro giornalisti. L’inizio del processo viene previsto per i primi del 2017.

Feltri peraltro era già stato sanzionato il 25 marzo 2010 dall’Ordine dei giornalisti della Lombardia con una sospensione dalla professione di sei mesi per il comportamento tenuto nel “caso Boffo”. Si legge in particolare nella sentenza: “Il Consiglio [dell’Ordine] ritiene che il collega Vittorio Feltri abbia violato la legge professionale sotto il profilo del mancato rispetto di alcuni fondamentali principi sanciti dalla Carta dei doveri del giornalista, quali l’obbligo di verifica delle proprie fonti; il dovere di pubblicare soltanto notizie vere o verificate; il dovere di fornire alla persona interessata da un’accusa il diritto di replica; il dovere di rettificare tempestivamente le notizie che risultino inesatte. Questo comportamento privo di lealtà e buona fede professionale ha gravemente nuociuto alla dignità e all’onore della persona coinvolta nella vicenda e ha leso gravemente il rapporto di fiducia tra la stampa e i lettori.”