Renzi nell’ ora della sconfitta

Matteo Renzi
Matteo Renzi sindaco di Firenze a margine di un incontro elettorale all'Acquario di Genova, in una foto d'archivio del 20 febbraio 2013 a Genova. ANSA/LUCA ZENNARO

All’indomani del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 il Corriere della sera, a firma di Maria Teresa Meli, pubblica un resoconto di quanto accaduto a livello di dirigenza del Partito Democratico subito dopo la pubblicazione dei dati elettorali che certificavano la pesante sconfitta di Matteo Renzi, l’allora Presidente del consiglio e segretario del PD.

All’indomani del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 il Corriere della sera, a firma di Maria Teresa Meli, presenta un resoconto di quanto accaduto a livello di dirigenza del Partito Democratico subito dopo la pubblicazione dei dati elettorali che certificavano la pesante sconfitta di Matteo Renzi, l’allora Presidente del consiglio e segretario del PD.

«Ho fatto quello che dovevo fare. Ho proposto una riforma giusta. Ho combattuto contro la casta più schifosa. Se non mi vogliono me ne vado con la coscienza a posto»: così Matteo Renzi nel suo giorno più difficile. E quel «me ne vado» va inteso in senso lato. Non si tratta solo di abbandonare Palazzo Chigi, ma addirittura di lasciare la segreteria del partito. Esattamente quello che aveva detto all’inizio di questa avventura referendaria: «Se perdo me ne vado anche dal partito». È un giorno intriso di amarezza quello in cui il premier deve prendere atto di una realtà che per qualsiasi leader è difficile metabolizzare. «Non credevo che potessero odiarmi così tanto», confessa Renzi ai collaboratori. E aggiunge: «Un odio distillato, purissimo». Non degli italiani. Sono gli avversari quelli a cui il presidente del Consiglio, che oggi rimetterà il suo mandato nelle mani del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, si riferisce. La minoranza del Partito democratico, per esempio, che ha fatto in modo che «ora Beppe Grillo si senta già al governo»: «Altro che mucca in corridoio».

[highlight]Bersani e i grillini[/highlight] Già, questo assist di Pier Luigi Bersani al Movimento Cinque Stelle ha molto amareggiato il presidente del Consiglio: «Pur di disfarsi di me erano pronti a consegnare l’Italia nelle mani dei grillini». E ancora: «Pensavo fossimo una comunità e invece…». E invece è andata così, gli avversari interni si sono alleati a quelli esterni, «senza rispetto per il partito e i suoi elettori», tanto che Matteo Renzi, prima della conferenza stampa in cui annuncia il suo addio a Palazzo Chigi , parla così con i suoi collaboratori: «Sono tentato di dire che adesso tocca alla coalizione del No dare le carte, sono loro che devono decidere quale governo fare. Li voglio vedere, non hanno un leader alternativo e non hanno un programma, avevano solo un nemico comune. Stavano insieme soltanto per battermi, del merito della riforma della Costituzione non importava niente a nessuno». Ma è ovvio che di fronte a un voto popolare il presidente del Consiglio prenda atto «della dimostrazione di democrazia» che rappresenta l’andata alle urne di tanti italiani. Anche se con i fedelissimi riflette ad alta voce sulla portata di quel voto: «Adesso sarà la palude, si è condannata l’Italia all’immobilismo e non si riuscirà più a fare niente».

[highlight]Tra elezioni e congresso[/highlight] E adesso Matteo Renzi è di fronte alla decisione più difficile. Il capo dello Stato gli ha già fatto sapere che se lui non intende avere un reincarico non insisterà. Ma un governo ci vuole, perché c’è una legge elettorale da fare. È questa l’opinione del Quirinale, che il presidente del Consiglio conosce bene. E non da oggi. Quindi? Una parte della maggioranza del Partito democratico, Dario Franceschini in testa, appellandosi al «senso di responsabilità» gli suggerisce di non dimettersi e andare avanti o, comunque, di accettare un reincarico. Un’altra parte lo spinge verso le elezioni anticipate. E Renzi ? Domenica sera era fermamente deciso a non accettare «un altro giro» e ha ribadito ai suoi che intende lasciare anche la leadership del Pd. Ma, per quanto sia propenso a «lasciare la politica», nonostante i suoi lo spingano a mutare opinione, Renzi ragionava sulla via più breve per arrivare alle elezioni anticipate «senza mandare allo sbando il Paese». Sì perché il presidente del Consiglio non vuole assolutamente «disperdere quello che è stato fatto finora», anche se ritiene che il tempo di questa legislatura sia ormai scaduto. Un altro governo, dunque, per pochi mesi, quelli che servono per varare una nuova legge elettorale, «senza inventarsi lungaggini». Ma che governo? Un esecutivo guidato da Pier Carlo Padoan, per puntare sulla continuità della politica economica? O piuttosto un governo istituzionale guidato da Pietro Grasso, nei confronti del quale i deputati e i senatori renziani potranno fare guerriglia quotidiana in Parlamento? Tutto dipende dalle decisioni del premier. Dimissioni irrevocabili da segretario o dimissioni per andare a un congresso anticipato e alle elezioni nel 2017?

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